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Formazione

Home-working: tele o smart?

Negli ultimi mesi lavorare da casa è diventata una necessità, configurandosi come una vera e propria prassi. Infatti, ormai, tutti conosciamo il termine “smartworking” (lavoro agile), ma siamo davvero sicuri di sapere cosa sia? Probabilmente in Italia la maggior parte dei lavoratori ha svolto il teleworking (telelavoro), un’altra forma di lavoro a distanza in cui però l’orario giornaliero è quello d’ufficio e la postazione è fissa (es. telelavoro domiciliare); mentre la caratteristica principale dello smart working è l’assenza di definizione dell’orario e del luogo di lavoro. 

Quel che è certo è che l’home-working riduce l’inquinamento e permette alle aziende, secondo una indagine condotta da Repubblica, di risparmiare circa 10.000 euro l’anno. 

ragazza che lavora seduta sul letto con il computer

Secondo lo studio dell’Osservatorio “The World After Lockdown”, curato da Nomisma e CRIF, nel 2021 almeno 4 milioni di lavoratori lavoreranno prevalentemente in smart working (nel 2019 erano 570mila). In Italia la ministra Dadone ha prorogato lo smart working in maniera semplificata fino a dicembre, attuando le norme del decreto Rilancio alla luce dei Dpcm del 13 e 18 ottobre 2020.


Sorge nuovamente il quesito iniziale: sarà davvero “lavoro agile”?

L’ordinamento italiano lo definisce come «una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa.» Questa definizione non sembra calzante all’attuale lavoro da remoto: non può esserci accordo tra le parti, è un atto unilaterale dettato dalla necessità di “ridurre la circolazione delle persone e scongiurare una nuova ondata epidemica”. 

Si tratta di una modalità di lavoro emergenziale che forse, prossimamente, non potremo più chiamare né telelavoro né smartworking, ma che ci obbliga a ricercare nuovi strumenti di promozione del benessere individuale ed organizzativo invitandoci a riflettere sul rischio emergente del work-life balance:

“Ogni crisi è come una moneta: da una parte porta con sè il pericolo, dall’altra l’opportunità.
Capovolgete la moneta. Non perdetevi l’opportunità di emergere da questa crisi più forti e più intelligenti: dei sopravvissuti migliori”

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Irene Saya

Psicologa del lavoro e del benessere nelle organizzazioni (n iscrizione Ordine Piemonte 9396) Inseguo la mia passione per il mondo HR “come fosse l’ultimo autobus della notte” (T. Guillemets). Sarà per questo che dalla Trinacria sono arrivata nella città della Mole e non conosco la mia prossima destinazione? Già! Dopo la laurea col massimo dei voti ottenuta con una tesi su un progetto di formazione innovativo in FCA, mi sono occupata di recruiting e di progettazione di interventi formativi in piccole aziende fatte da grandi persone che mi hanno arricchita umanamente e professionalmente, insegnandomi a cogliere la bellezza collaterale degli imprevisti. Il mio motto è: “Ci saranno sempre pietre sulla strada davanti a noi. Saranno ostacoli o trampolini di lancio; tutto dipende da come le usiamo” (Friedrich Nietzsche).

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