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Formazione

Perché esistono modi differenti per esprimersi in lingue diverse e come evitare gli errori

Nello scorso articolo, intitolato “6 Consigli su come avvicinarsi allo studio di una lingua straniera”, abbiamo stabilito, dai metodi al materiale, quali fossero i passaggi più importanti per prepararsi allo studio di una lingua straniera. Però, quali sono gli ulteriori aspetti importanti da tenere in considerazione, specie per quanto riguarda le differenze rispetto alla nostra lingua madre? 

Sarà capitato a tutti di formulare convinti una frase, per poi sentirci dire dall’insegnante o dal nostro personaggio preferito di una serie TV in lingua originale che la frase in questione era completamente diversa rispetto a come ce l’aspettavamo.

Ad esempio, il verbo “fare” in inglese è “do”, mentre “freddo” è “cold”, eppure “Fa freddo” in inglese si dice “It’s cold”, senza l’uso dell’ausiliare do. Potrebbe sembrare una banalità, ma questo è soltanto un esempio delle tantissime differenze che possiamo incontrare tra la nostra lingua madre e quella che stiamo studiando e, se impariamo a riconoscerle, eviteremo di fare errori. 

Che si tratti di un vocabolo, di un tempo verbale, di preposizioni diverse o di modi di dire, non sempre tutto quello che ha un senso compiuto nella nostra lingua d’origine può, e soprattutto deve, averlo anche nella lingua che stiamo studiando; perciò non dobbiamo assolutamente preoccuparci se non dovessimo trovare un equivalente che corrisponda perfettamente, ovvero letteralmente alla nostra lingua madre. Detto ciò, non dobbiamo fare altro che armarci di pazienza e di buona volontà perché, in verità, la risposta è più facile di quanto non crediate!

Questo particolare è dovuto al fatto che le strutture linguistiche sono diverse: in altre parole, dato che il modo in cui pensiamo è influenzato dall’ambiente e dalla cultura che ci circondano, tendiamo a esprimerci in maniera diversa e, conseguentemente, a utilizzare in modo diverso anche la lingua. 

Fig. 1 – La struttura delle lingue romanzate

Ciò non solo consiste nella struttura della frase o nella scelta delle parole, ma anche nella struttura del discorso stesso. Siete abituati a partire da un argomento, aggiungendo dettagli più o meno significanti, per poi arrivare al fulcro del discorso; dopodiché, avete la tendenza a procedere, allentando l’attenzione e aggiungendo ulteriori informazioni, commenti e parti meno rilevanti?  Se pensate che questo sia il modo più naturale e logico per strutturare un discorso, allora molto probabilmente la vostra madrelingua è l’italiano, oppure fa comunque parte delle lingue neolatine, ovvero delle lingue derivanti dal latino. Le lingue neolatine, che sono solite strutturare il discorso in quel modo, sono conosciute anche come lingue romanze, e tra di esse troviamo, oltre all’italiano, il sono francese, lo spagnolo, il portoghese e il romeno. La loro struttura è paragonabile al battito cardiaco (fig. 1): corrisponde a un argomento di partenza che prosegue subito con un commento di minore importanza, per poi avanzare ancora con una parte aggiuntiva, arrivando al culmine del discorso. Le informazioni restanti sono solitamente aggiunte, a loro volta, nella parte rimanente del discorso, subito dopo il fulcro, seguendo lo stesso andamento di prima ma allentando la tensione e allontanandosi dal fulcro.

Un altro tratto distintivo, in aggiunta a quanto detto prima, è la posizione delle tre parti più rilevanti di una frase: soggetto, verbo e oggetto.  Esistono due grandi macro-divisioni, vale a dire SOV e SVO. Le lingue SVO sono quelle che, all’interno delle frasi, seguono quest’ordine di posizionamento delle parole: Soggetto, Verbo e Oggetto (SVO). La categoria delle lingue SOV, invece, formula le frasi usando uno schema diverso, mettendo al primo posto il Soggetto, poi l’Oggetto e, in fine il Verbo (SOV). L’italiano, insieme alle altre lingue romanze, le lingue slave e a quelle germaniche (a eccezione del tedesco) appartiene alla categoria SVO, ovvero soggetto-verbo-oggetto. Invece, il tedesco, il turco e alcune lingue asiatiche come il giapponese appartengono tutte alla seconda categoria, quella SOV, soggetto-oggetto-verbo. Questo concetto è importante perché dobbiamo ricordarci che anche la posizione delle parole all’interno delle frasi può variare a seconda che la lingua appartenga alla categoria SVO oppure a quella SOV.

Fig. 2-La struttura dell’inglese

Avete mai notato, invece, qualcuno che strutturi il proprio discorso iniziando con un argomento, aggiungendo informazioni e diverse descrizioni, finché la parte precedentemente dedicata ai commenti supplementari non diventa essa stessa il punto di partenza per un nuovo argomento? L’inglese, per esempio, ha proprio questa struttura “a scala” (fig.2): partendo, appunto, dall’argomento iniziale, si prosegue aggiungendo informazioni finché esse non diventano il punto centrale per un nuovo concetto, e cioè l’inizio del nuovo argomento. Se volessimo rappresentare l’andamento di questo genere di discorso, verrebbe fuori nientemeno che una scala; perciò, nei paesi di cultura e lingua anglosassone le argomentazioni sono strutturate proprio in questo modo.

Fig.3 – La struttura delle lingue asiatiche

Diversamente, avete mai fatto caso a qualcuno che, partendo da un concetto, continui ad aggiungere pian piano informazioni e commenti al proprio discorso, allontanandosi sempre di più dal concetto stesso, fino a lasciare abbastanza spazio libero ai propri interlocutori per poter interpretare quanto appena detto? Le lingue orientali, per esempio, seguono una struttura a spirale (fig.3): nella quale si parte da un argomento iniziale e lo si espande, aggiungendo sempre più dettagli e allontanandosi sempre più dall’argomento iniziale. In effetti, le lingue asiatiche hanno una tradizione millenaria nel far sì che sia responsabilità del lettore estrarre informazioni da un testo e interpretarle, quasi, a modo proprio. È proprio per questo motivo che il modo in cui siamo abituati a esprimere i nostri pensieri è diverso in base alla cultura d’appartenenza.

Stando a quanto appena detto, dobbiamo tener conto di tante differenze in cui potremmo imbatterci durante il percorso di studio di una lingua. Pertanto, una delle distinzioni più importanti da fare fin da subito è quella di capire se la lingua che stiamo imparando necessiti di esprimere esplicitamente il soggetto. Prendiamo, per esempio, l’italiano: possiamo dire sia “Maria lavora” sia “Sta lavorando”, senza dover esprimere esplicitamente, nel secondo caso, il soggetto. Questo accade proprio perché l’italiano appartiene alla categoria delle lingue a soggetto nullo, dato che nella seconda frase il soggetto è sottinteso, permettendoci di intuire che è sempre Maria a star lavorando. Non tutte le lingue, però, sono così; ad esempio, in inglese e in tedesco ciò non sarebbe possibile. Nelle due lingue appena menzionate, in effetti, non possiamo semplicemente dire “Sta lavorando” senza esprimere, in modo esplicito, che sia proprio la nostra Maria a essere il soggetto in questione, perciò le due lingue sono a soggetto obbligatorio.  

Un altro particolare da tenere a mente è quello delle preposizioni e dei casi. I casi hanno una funzione simile alle preposizioni, soltanto che al posto di usare una preposizione essi fanno sì che sia la parola stessa a cambiare la desinenza. Pertanto, dovremmo considerare che alcune lingue, come nel caso di quelle ugro-finniche, usano i casi al posto delle preposizioni, mentre dobbiamo ricordare che non tutte le preposizioni della lingua di partenza e di quella di arrivo corrispondano. Per esempio, esistono lingue che utilizzano sia preposizioni sia casi, come il tedesco, il quale ha 4 casi e numerose preposizioni. 

In aggiunta a quanto già riportato, dovremmo far attenzione anche ad altre peculiarità linguistiche, pensando se ci siano delle forme nella nostra lingua che invece non esistano nella lingua che studiamo, o viceversa. Un esempio è la lingua araba, che ha una forma apposita per esprimere quando i soggetti sono due, ovvero il duale. Questo è qualcosa che indubbiamente manca nella lingua italiana ma che, con un po’ di pratica, si può  facilmente imparare facendo attenzione quando cerchiamo delle corrispondenze tra la nostra lingua madre e l’arabo. Altri aspetti ai quali bisogna far attenzione mentre analizziamo una frase sono l’individuare bene tutte le parti della frase, dai sostantivi (nomi) ai verbi, includendo aggettivi, avverbi (le parole che descrivono un aggettivo), prefissi e suffissi e, infine, l’analizzare se i tempi verbali corrispondano a ciò che vogliamo esprimere.

Adesso esaminiamo qualche differenza base tra l’italiano e l’inglese. Come già anticipato, in inglese il soggetto va sempre espresso, come nel caso di “It is raining”, dove il soggetto è it impersonale, mentre in italiano è corretto dire “Sta piovendo”. Conviene ricordarsi, inoltre, che in inglese l’aggettivo va davanti al nome, come nel caso di “The blue car”, mentre in italiano diremmo “La macchina blu”. Basta anche solo pensare ai phrasal verbs inglesi, che sono modi di dire composti da una preposizione o avverbio + verbo, e spesso non rimane che impararli a memoria, ma niente panico: in men che non si dica li utilizzerete senza nemmeno rendervene conto, proprio perché in inglese sono molto comuni. Inoltre, non dobbiamo trascurare il fatto che anche il modo di esprimersi in lingua inglese è diverso da quello italiano. Mentre in italiano possiamo cominciare una frase aggiungendo sempre più informazioni secondarie prima di arrivare al punto, per poi concluderla con ulteriori informazioni aggiuntive di minore importanza (struttura a battito cardiaco), in inglese questo tipo di struttura non risulta orecchiabile. L’inglese usa solitamente frasi più corte e precise dove, anziché allungare la frase, si preferisce riprendere il discorso dopo il punto (struttura a scala). Quindi, se dovete scrivere una lettera o un’e-mail in inglese evitate di inserire troppe informazioni secondarie e subordinate in un’unica frase. Ricordatevi, piuttosto, che nei paesi di lingua e cultura anglosassone tutte le informazioni necessarie sono inoltrate in frasi diverse, concise e preferibilmente corte.

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Kelli Pekkenen

Kelli Pekkenen, conosciuta sui social come Evangeline Dafuq, è una giovane insegnante freelance di lingue straniere. Specializzata in insegnamento e traduzioni d’inglese e tedesco da più di 10 anni, ha insegnato sia in scuole di lingua che in istituti di formazione effettuando corsi di potenziamento per studenti di tutte le età. Essendo diplomata come perito aziendale corrispondente in lingue estere, è principalmente legata all’insegnamento concerne il campo commerciale delle due lingue; ciononostante possiede esperienze rilevanti di docenza (e lavoro) nel campo turistico nonché quelle mirate all’ottenimento dei certificati linguistici specifici. È laureata in lingue e letterature straniere e specializzata in English and American studies - attualità e cultura degli Stati Uniti. Provenendo da una famiglia multiculturale che ha inglese come lingua comunicante, parla inoltre estone e finlandese - le sue lingue d’origine - nonché il francese. È appassionata di letteratura, scrittura creativa e fotografia, essendo quest’ultima un hobby che è riuscita a far diventare un lavoro secondario.

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3 Comments

  1. Articulo molto interessante e perfettamente strutturato,si vede che lo stesso è stato concepito per un professionista sul tema.

  2. Articulo molto interessante e perfettamente strutturato, si vede che lo stesso è stato concepito per la mano de un professionista nel tema.

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