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Ambiente tossico: istruzioni per l’uso

L’ambiente non è solo un luogo fisico, ma è anche psicologico. É costituito da oggetti, persone, sentimenti, emozioni, comportamenti ed atteggiamenti.

Spesso l’ambiente in cui viviamo non è adatto a noi o non è in linea col nostro modo di essere e siamo noi a sentirci inadeguati o fuori posto. Altre volte non ci piace un determinato contesto.

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Il problema si presenta nella misura in cui l’ambiente diventa una fonte di malessere e ci sembra di non poter far nulla per cambiarlo. Ci sentiamo sopraffatti dalle circostanze. Cosa fare?

“Se non puoi cambiare le circostanze, cambia il tuo atteggiamento. La cosa divertente è che quando lo farai , scoprirai che spesso le circostanze cambiano”

Spesso, ma non sempre. Quindi, può essere utile e non risolutivo. Sicuramente se ciò accade sul posto di lavoro, è importante capire se è perché l’ambiente è realmente  tossico.

Ambiente tossico: come riconoscerlo?

Una delle prime caratteristiche dell’ambiente tossico è quella di essere un luogo poco professionale, il clima organizzativo è teso, nessuno si prende le proprie responsabilità. Oltre a farci star male, ha delle caratteristiche ben definite che non possono assolutamente passare inosservate:

  • la mancanza di chiarezza nella comunicazione;
  • i ruoli poco definiti;
  • l’assoluta assenza di confini sia a livello interpersonale sia a livello di orario;
  • un sovraccarico di lavoro come costante (carichi di lavoro eccessivi);
  • uno scarso coinvolgimento nei processi decisionali (non poter decidere come organizzare la propria giornata e fare delle pause);
  • una comunicazione inefficace;
  • la promozione della competizione tra colleghi a discapito della collaborazione;
  • la presenza di atteggiamenti ambigui o molesti ( che si traducono in relazioni irrispettose).

Questi aspetti si manifestano attraverso dei segnali espliciti:

  • l’assenteismo;
  • il turnover;
  • la mancanza di opportunità di crescita professionale;
  • la cattiva organizzazione del lavoro;
  • episodi di mobbing.

I segnali degni di attenzione

Ovviamente un ambiente può risultare per noi tossico pur non avendo queste specifiche, ma se ci troviamo in un contesto di questo tipo dobbiamo trovare un modo per starci o decidere di andare via.

Si può cercare di avere dei contatti con i colleghi più positivi o per noi simpatici (qualcuno ci sarà), ma anche focalizzarsi sugli aspetti che ci piacciono del nostro lavoro o che ci hanno spinto a sceglierlo.

Sicuramente è meglio evitare i pettegolezzi d’ufficio, trovare un’attività rilassante o un hobby che ci permetta di alleviare la tensione, ma anche iniziare a prendere le distanze da quello che facciamo, nel senso di non lasciarci coinvolgere eccessivamente dal punto di vista emotivo, altrimenti l’ansia e/o la frustrazione saranno gli stati d’animo che ci accompagneranno quotidianamente.

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Quando è il momento giusto per cambiare

Se non riusciamo più a stare in quell’ambiente, non vediamo neanche un lato positivo del nostro lavoro, non c’è neanche un collega con cui andiamo d’accordo e ci svegliamo ogni mattina facendo il conto alla rovescia per l’arrivo del fine settimana, allora non abbiamo molti strumenti a disposizione per “sopravvivere” lì.

ragazzo spinge a terra scatoloni con scritte stress, ansia, problemi

Forse è il momento di cambiare. Puoi cambiare aspetti di te, del tuo lavoro o puoi proprio ricercare attivamente delle nuove opportunità.

Non siamo alberi, possiamo spostarci. A proposito degli alberi, citiamo Va’ dove ti porta il cuore di Susanna Tamaro perché ci aiuta a riflettere:

“Ogni volta che ti sentirai smarrita, confusa, pensa agli alberi, ricordati del loro modo di crescere. Ricordati che un albero con molta chioma e poche radici viene sradicato al primo colpo di vento, mentre in un albero con molte radici e poca chioma la linfa scorre a stento. Radici e chioma devono crescere in uguale misura, devi stare nelle cose e starci sopra, solo così potrai offrire ombra e riparo, solo così alla stagione giusta potrai coprirti di fiori e frutti. E quando poi davanti a te si apriranno strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso, ma siediti e aspetta. Respira con la profondità fiduciosa con cui hai respirato il giorno in cui sei venuta al mondo, senza farti distrarre da nulla, aspetta e aspetta ancora. Stai ferma, in silenzio, e ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e va dove lui ti porta”

Al di là della parte finale, indubbiamente poetica, il punto è l’importanza del ricercare l’equilibrio: chioma e radici devono crescere in egual misura.

Se l’ambiente in cui lavoriamo è tossico, crescerà la nostra chioma? Forse cercheremo di affondare le radici per sentirci più sicuri e la linfa scorrerà a stento: ci sentiremo svuotati, tristi, in ansia, frustrati. É quello che vogliamo? Ci piace star male?

Il lavoro è lavoro, è fatica e sacrificio. É questo quello che ci viene inculcato e che è intrinseco nella nostra cultura. Basti pensare a quando qualcosa è impegnativo e richiede del tempo, diciamo: “è un lavoro, praticamente”. Va benissimo, realmente il lavoro richiede impegno, metodicità, continuità, sacrificio ed organizzazione, ciò non significa che dobbiamo star male e soffrire.

Non è un caso se in psicologia si parla di rischi psico-sociali legati al lavoro, non esistono solo i rischi per la salute fisica e per la sicurezza. Questo perché non esiste solo l’ambiente fisico né a lavoro né chiaramente negli altri ambiti della nostra vita. Eppure se ne continua a parlare molto poco.

Se, invece, non si lavora ancora e si teme di finire in un ambiente tossico si può far qualcosa per scoprirlo prima? Ovviamente sì, usare lo step conoscitivo per avere informazioni sull’ambiente.

Potresti porre queste domande al colloquio:

  1. Quali sono i valori aziendali più importanti?
  2. Come definireste la vostra cultura aziendale?
  3. Qual è la settimana tipo della figura ricercata?
  4. Quanto dura la giornata lavorativa?
  5. Posso contribuire attivamente e proattivamente (es. fare proposte)?
  6. In che modo promuovete la crescita professionale?
  7. Che autonomia decisionale ho/ha il mio team?
  8. Ci sono iniziative di team building?
  9. Che visione avete del fallimento?

Si può lavorare tanto e bene senza rinunciare ai propri spazi, alle relazioni interpersonali, ai nostri hobby. Si può lavorare, anzi si deve lavorare senza star male. Il luogo e le relazioni di lavoro non devono essere fonte inesauribile (neanche minima in realtà) di malessere psicologico e/o fisico.

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Irene Saya

Psicologa del lavoro e del benessere nelle organizzazioni (n iscrizione Ordine Piemonte 9396) Inseguo la mia passione per il mondo HR “come fosse l’ultimo autobus della notte” (T. Guillemets). Sarà per questo che dalla Trinacria sono arrivata a Milano facendo tappa nella città della Mole e non conosco la mia prossima destinazione? Già! Dopo la laurea col massimo dei voti ottenuta con una tesi su un progetto di formazione innovativo in FCA, mi sono occupata di recruiting e di progettazione di interventi formativi in piccole aziende fatte da grandi persone che mi hanno arricchita umanamente e professionalmente, insegnandomi a cogliere la bellezza collaterale degli imprevisti. Adesso sono una recruiter di profili IT. Il mio motto è: “Ci saranno sempre pietre sulla strada davanti a noi. Saranno ostacoli o trampolini di lancio; tutto dipende da come le usiamo” (Friedrich Nietzsche).

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