fbpx
Lavoro

L’apparenza inganna? Abbigliamento e mondo del lavoro

Edit Head diceva che “puoi ottenere tutto ciò che vuoi se sei vestita per averlo” ma d’altronde lei di mestiere faceva la costumista.
Negli ultimi anni infatti le regole prima più ferree riguardo l’abbigliamento di manager e dipendenti stanno in parte mutando. Si va verso un abbigliamento più casual e comodo che permette di potersi sentire se stessi, liberi e a proprio agio sul posto di lavoro.

Qual è l’abbigliamento giusto per il tuo lavoro? 

Ma procediamo con ordine. Sembra sia emerso che esista un dibattito vero e proprio su quale sia il vestiario considerato più consono per manager e dipendenti e che le variabili da considerare quando si parla di ciò siano molte. Basti pensare che il solo spostarsi da un angolo all’altro del mondo, così come prendere in esame l’una o l’altra realtà aziendale, comporti delle modificazioni di stile da considerare, a volte regolamentate da delle vere e proprie norme. In ogni caso sembra esistano delle realtà che oppongono resistenza al cambiamento di cui accennato all’inizio ed altre che invece lo incarnano a pieno. 

Città che vai, vestiti che trovi

Lavorare in diverse città non sembra richiedere di mostrarsi particolarmente fashion. Tutto l’opposto invece avviene a Londra. In the City infatti sarebbe richiesto ancora un abbigliamento elegante e formale per i lavoratori. Ad esempio, è obbligatorio per gli uomini indossare completo, camicia e cravatta e la legge di Wall Street “No brown in town” sembra ancora non essere scalfita. Questa abolirebbe la possibilità di indossare scarpe marroni e cravatte dai colori sgargianti. In altre parole, sembrerebbe che il detto “l’apparenza inganna”, non sia proprio considerato. Meno però negli USA. 

Spostandoci nella Silicon Valley le cose cambiano e di molto e ne è esempio lampante Steve Jobs. Egli ha considerato nel processo di costruzione del suo personal brand anche il suo vestiario ed ha introdotto quello che prende il nome di fenomeno del “capsule clothing”, definito come l’abitudine a vestire con gli stessi abiti o modelli durante tutte le apparizioni pubbliche. Come è raccontato nella biografia dello stesso Jobs l’idea nacque dall’incontro con Issey Miyake, stilista giapponese responsabile all’epoca di creare delle divise per i dipendenti nelle fabbriche Sony. Il co-fondatore di Apple ne aveva apprezzato la semplicità e la facilità di riconoscimento che ne derivava e che ovviamente favoriva il brand e da questo aveva preso ispirazione. Dal 1998 fino al 2010, Jobs infatti apparve in ogni occasione pubblica con un dolcevita di colore nero e dei jeans marchiati Levi’s. Dopo di lui, molti altri seguirono i suoi passi, primo tra tutti Mark Zuckerberg, ma arriviamo ai giorni di oggi. 

Seppure sembrerebbe che i più abbiano abituato l’occhio a quell’aria informale e azzarderei sciatta dei grandi imprenditori tech della Silicon Valley, i loro look si stanno di nuovo modificando. Victoria Hitchcock, stilista di fama mondiale e Silicon Valley personal style expert, dice: “Molti clienti chiedono una consulenza perché hanno rapporti di lavoro con uomini che potrebbero essere i loro padri, vogliono apparire nel modo giusto, anche per convincere gli investitori a scommettere milioni di dollari sui loro progetti“. In più aggiunge: “le felpe col cappuccio devono sparire, assieme ai pantaloni kaki“.
Queste dichiarazioni stridono con il successo perseguito dalla precedente generazione di geni della Santa Clara Valley ma ad oggi la priorità sembra un’altra. L’evoluzione richiede dei cambiamenti anche di stile e per la stilista l’imperativo dei nostri tempi sembra essere questo: ricercare uno style che sia in equilibrio tra il disinteresse per le tendenze e il conformismo del lusso. La Hitchcock dà l’okay anche a brand aspirazionali, ma invita alla cautela per evitare che sia il brand e non l’imprenditore stesso ad essere ammirato.

Psicologia della moda e business

donna vestita con giacca

E’ importante a questo punto considerare come diversi psicologi della moda abbiano tentato di dare risposta a quello che è un dibattito acceso su dress code e mondo del lavoro. Secondo Karen Pine, fashion psychologist e professoressa presso la University of Hertfordshire, quando si indossa un capo d’abbigliamento, si tende ad adattarsi alle caratteristiche ad esso associate. Più nello specifico, lo stile di ciascuno assumerebbe un valore simbolico e quindi prediligere un outfit formale aiuterebbe il cervello a “settarsi” e ad agire secondo quel significato. Per altri studiosi invece, non esisterebbero studi scientifici che mostrano in assoluto che l’abbigliamento abbia un reale impatto sulla produttività e sul successo, ma tutti si basano sulle dichiarazioni dei lavoratori. 

Per risolvere tale dilemma, May Barra, amministratrice delegata di General Motor, ha così esordito per riferirsi ai suoi dipendenti: “Dress appropriately”, dove l’appropriatezza quindi sarebbe lasciata decidere ai dirigenti e agli impiegati stessi. Secondo la Barra infatti, questo sarebbe rivelatore anche dell’idea che i dipendenti si sono costruiti dell’azienda in cui lavorano. 

I numeri

Secondo uno studio pubblicato di recente dalla Harvard Business Review, che ha anche preso in considerazioni le nuove abitudini dei lavoratori associate all’esperienza di smart working, il look business professional continua ad essere prediletto non solo dagli over 60 ma anche dalle nuove generazioni. Nell’epoca del lavoro da casa, anche su Skype e Zoom sono 8 su 10 i giovani che optano per un dress code business. Rispetto ai colori poi, anche questi è emerso vengano scelti accuratamente in base all’impressione e alle emozioni che si intende sortire sull’interlocutore. Il 74 % degli intervistati hanno scelto toni neutri per apparire esperti, il 34% le fantasie per mostrarsi innovativi e il il 33% le tonalità brillanti per vendersi come individui affidabili.
Una ricerca meno recente che coinvolgeva 300 manager e 350 dipendenti, mostrava invece che il 31% dei dipendenti esprimeva il desiderio di indossare abiti meno formali e più comodi a lavoro, mentre il 50% dei manager annoverava tra le cattive abitudini dei lavoratori quella di vestire in modo informale a lavoro. 

Il rapporto tra dress code e mondo del lavoro si sta realmente modificando? 

Le ricerche condotte, di cui sopra sono state riportate solo alcune, non permettono di dare una risposta definitiva a tale quesito. Come anticipato in incipit, ciò che è vero è che nei contesi di lavoro si sta procedendo verso l’assunzione di look che siano il più confortevoli possibile. Questo, si pensa sia prezioso per poter far sì che l’individuo, sentendosi a suo agio, sia in grado di esprimere i suoi talenti senza costrizioni di sorta, nemmeno legate al vestiario. 

Continua a leggere »

Chiara Giovagnoli

Sono laureata in Psicologia ed entusiasta di ciò che andrò a fare: valorizzare il capitale umano in modo tale che raggiunga il massimo della sua performance e sviluppi il suo potenziale. Il mio percorso di formazione mi ha permesso di spaziare per diversi ambiti che vanno dalla Psicologia Clinica a quella Sociale, fino ad arrivare al mondo HR. Questo mi ha consentito di conoscere delle strategie utili all'identificazione di condizioni di disagio personale e relazionale, di riflettere sulle modalità con cui gli individui di un gruppo si identificano e condividono delle caratteristiche, elementi questi che mi permettono ad oggi di guardare con maggiore sensibilità a quelle situazioni necessarie ad incrementare il senso di appartenenza e l'aderenza alla propria cultura aziendale, ma anche per massimizzare la soddisfazione personale e lavorativa. E se, come diceva Kurt Lewin, è vero che "Non c'è nulla di così pratico come una buona teoria", allora senz'altro è questo un ottimo modo di iniziare.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button