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Lavoro

Lavorare all’estero: voglia o bisogno di espatriare?

ITALIA, ottobre 2021. Lo scenario del New Normal, si mostra “normal” ovvero esattamente come prima della pandemia.

Il bisogno di realizzarsi, il desiderio di affermarsi nella vita, la necessità di essere autonomi e indipendenti, l’aspirazione di lavorare senza sentirsi svalutati, il diritto di scegliere il proprio lavoro e di fare esperienza pertinentemente al proprio ambito di studi; il diritto di essere retribuiti in maniera commisurata alle mansioni svolte sono tutti elementi legittimi a cui, invece, nella maggior parte dei casi i giovani devono rinunciare. Ormai, non stupisce, l’uso-abuso dell’art. 1 della Costituzione secondo cui il cardine della società è il lavoro e proprio per questa ragione è lecito interrogarsi su di esso. Interrogarsi, quindi porsi delle domande, è l’unico modo per avere delle risposte (sebbene ipotetiche) e le risposte, spesso, non appartengono al presente: sono sempre rilevanti per il futuro, ma forse non quanto le domande.

Le domande sono promesse, intese come impegno esattamente come il futuro che altro non è che una promessa del tempo presente. Veniamo al punto adesso. L’Italia “rinasce come un fiore” economicamente? Ci sono davvero nuove opportunità lavorative per i giovani?

I giovani e il lavoro in Italia

“Il futuro per i giovani non è più una promessa, dato che è venuto meno lo scopo. Il futuro non è più quell’incanto ottimistico attorno a cui tutto l’Occidente si era organizzato e di conseguenza viene meno la risposta alla domanda sul perché si deve stare al mondo” U. Galimberti

Rieccoci. 

Domande e risposte. La risposta al perché si deve stare al mondo non possiamo trovarla poiché “è venuto meno lo scopo” cioè il futuro non c’è più: viviamo una condizione che si può definire di nichilismo (cfr. Nietzsche) e ne soffriamo. Infatti “la psiche è sana quando è aperta al futuro”, a differenza della psiche depressa tutta raccolta nel passato, e della psiche maniacale tutta concentrata sul presente.

Quando il futuro chiude le sue porte o, se le apre, è solo per offrirsi come incertezza, precarietà, insicurezza, inquietudine, allora “il terribile è già accaduto”, perché le iniziative si spengono, le speranze appaiono vuote, la demotivazione cresce, l’energia vitale implode e questo è assolutamente normale in un Paese in cui i giovani non vengono “usati” nel modo giusto. Le persone nella fascia d’età tra i 15 ed i 30 anni, secondo la psicologia dello sviluppo, sono nel pieno delle potenzialità biologiche, nel momento creativo ed ideativo (pensate a Leopardi, Einstein, Galimberti stesso) e cosa fanno? Anzi, cosa possono fare? Sono messi nelle condizioni di sfruttare questo potenziale? Sembrerebbe di no!

Privarsi del massimo della potenzialità biologica, del massimo della potenza sessuale e del massimo delle capacità creative, significa “privarsi del proprio futuro” (U. Galimberti) e nessuno vuole rinunciare al futuro (per lo meno consapevolmente). Quindi, sempre più frequentemente, ci sono giovani che valutano di andar via dall’Italia. Andare via per poter trovare la propria strada, esprimere il proprio potenziale ed il primo passo da fare riguarda il lavoro.

ufficio colloquio

Lavorare fuori dal Bel Paese

Lavorare. Questo è lo stimolo principale che spinge ad espatriare. Lo abbiamo visto in questi articoli, se vuoi approfondire l’argomento. In Italia la precarietà è un elemento dominante ed i giovani sono impiegati in tirocini/stage che nella maggior parte dei casi implicheranno altri tirocini che in quanto tali prevedono un rimborso spese e non uno stipendio. Dunque, risulta impossibile progettare il proprio futuro, porre delle solide basi. Ciò viene precisato perché è centrale per comprendere il quadro della situazione e la prospettiva di coloro che si trovano nella fascia d’età compresa tra i 15 ed i 30 anni. Andare in un altro Paese per lavorare è una condizione che caratterizza la storia dell’Italia: paese di migranti al punto da poter parlare di storia dell’emigrazione italiana. Adesso, però, lo scenario è diverso. 

Quel che è rimasto immutato è il voler/dover cercare lavoro in un altro Paese.

Quali sono i primi passi da muovere per trovare lavoro all’estero?

-Scegliere la destinazione;

-Conoscere i trend del paese di destinazione;

-Studiare il mercato di riferimento (esperienze, formazione, abilità richieste da evidenziare sul cv; tiologie di colloqui più comuni);

-Scrivere un cv in lingua inglese accompagnato da una lettera di presentazione (se non sai come farlo leggi questo articolo);

-Fare networking.

Esistono dei portali affidabili ed attendibili per la ricerca del lavoro all’estero?

Chiaramente sì, ad esempio:

  1. Eures (portale europeo per la mobilità professionale)
  2. Your First Eures Job (progetto legato a Eures col patrocinio del Ministero del Lavoro)
  3. Cliclavoro (portale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali)

“L’avvenire è la porta, il passato ne è la chiave”.
Victor Hugo

Quella di lasciare l’Italia è una scelta che in alcuni casi sembra obbligata, come se non ci fosse altra alternativa. Come non fosse una scelta (https://www.corsielavoro.it/articoli/lavoro/la-paura-della-scelta/) ma una necessità, un bisogno. Il bisogno di sognare, di realizzarsi, di prendere in mano la propria vita perché questo “non è un Paese per giovani” però è il Nostro Paese e dobbiamo poter decidere se partire o restare. Deve essere una scelta, non una via di fuga con la speranza di avere un futuro migliore altrove. Forse il futuro possiamo averlo anche qui, forse abbiamo l’opportunità di fare. Magari possiamo sostituire il forse o eliminarlo. Questa è una nostra scelta?

Indubbiamente abbiamo più di una possibilità e visto che siamo qui nel presente, ci sarà un futuro.

Quale futuro per i giovani italiani?

Il modo migliore per predire il futuro è inventarlo.” P.F. Drucker

Dunque, inventiamolo in Italia o altrove. Probabilmente, in questo periodo, la maggior parte dei giovani vive una condizione particolare sotto diversi punti di vista  e quello lavorativo appare esemplificativo.
Per dirla con Spinoza, viviamo in un’epoca dominata da quelle che il filosofo chiamava le “passioni tristi”, dove il riferimento non era al dolore o al pianto, ma all’impotenza, alla disgregazione e alla mancanza di senso. Questi sono dati di fatto, ma perché non provare a focalizzarsi sugli aspetti positivi presenti? 

Fare un’esperienza all’estero, a prescindere dal lavoro che svolgeremo e dalle motivazioni che ci hanno condotto a farlo è un’opportunità di crescita unica.

Ricordiamoci che il futuro dipende da molti aspetti, ma principalmente da noi. 

Irene Saya

Psicologa del lavoro e del benessere nelle organizzazioni (n iscrizione Ordine Piemonte 9396) Inseguo la mia passione per il mondo HR “come fosse l’ultimo autobus della notte” (T. Guillemets). Sarà per questo che dalla Trinacria sono arrivata a Milano facendo tappa nella città della Mole e non conosco la mia prossima destinazione? Già! Dopo la laurea col massimo dei voti ottenuta con una tesi su un progetto di formazione innovativo in FCA, mi sono occupata di recruiting e di progettazione di interventi formativi in piccole aziende fatte da grandi persone che mi hanno arricchita umanamente e professionalmente, insegnandomi a cogliere la bellezza collaterale degli imprevisti. Adesso sono una recruiter di profili IT. Il mio motto è: “Ci saranno sempre pietre sulla strada davanti a noi. Saranno ostacoli o trampolini di lancio; tutto dipende da come le usiamo” (Friedrich Nietzsche).

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