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Lavoro

Team, ruoli e leadership in tempi di smartworking: questioni di prospettiva

Il periodo Covid che stiamo vivendo ci sta portando a intrattenere diversi contatti via web. Skype call, meeting con Zoom, riunioni con Meeting…abbiamo un elevatissimo numero di strumenti per comunicare a distanza con un elevatissimo numero di persone.

Una cosa alla quale però non si presta abbastanza attenzione è come cambia la percezione del team e delle persone che ne fanno parte, nel momento in cui entriamo in un gruppo “virtuale”.

Partiamo da un presupposto: nei gruppi si sviluppano sempre delle dinamiche comunicative che sono influenzate da diversi fattori, tra i quali troviamo il fattore ambientale\contestuale e il fattore del ruolo. Il primo è influenzato e plasmato dall’ambiente fisico nel quale ci si trova, il secondo dal ruolo che si ricopre o da quello della persona con la quale comunichiamo. Va da sé quindi che i due fattori si influenzano a vicenda, creando dinamiche ogni volta diverse.

Il problema percettivo ruolo\contesto nasce proprio qui: esiste un cambio di prospettiva legato al momento reale che in un dato momento sto vivendo? Per essere più chiaro: partecipare ad un meeting con diverse persone che non vedo fisicamente e delle quali magari non ho molte informazioni può in qualche modo cambiare la percezione di quello che sto facendo?

La cosa si fa complessa nel momento in cui sorge questa domanda: io sono il ruolo che impersonifico in quel momento, oppure il ruolo stesso fa parte della mia individualità?

In tutti i gruppi dei quali facciamo parte noi ricopriamo una parte, la quale spesso ci viene data dagli altri partecipanti del gruppo stesso. Ci muoviamo in questo contesto nel ramo della sociologia e nello specifico siamo sottoposti all’influenza della Teoria dell’etichettamento, dove noi diventiamo la rappresentazione dell’etichetta che ci viene data. Ad una data “etichetta” corrisponde un certo tipo di comportamento, che va a conformarsi ai comportamenti del resto del gruppo. Ovviamente l’accettazione di un’etichetta non è obbligatoria, ma spesso lo diventa soprattutto in ambito lavorativo. Siamo quindi portati a rispettare i comportamenti che ci vengono “affibbiati” nel momento in cui siamo nel contesto del gruppo, ossia siamo fisicamente in ambito gruppale.

Essere in un team porta anche al riconoscimento delle diverse caratteristiche delle persone che fanno parte del team stesso. Lo vediamo subito chi è il leader in un gruppo, e quindi ci comportiamo di conseguenza, per mantenere gli equilibri del contesto.

In questo momento il contesto non è più fisico, ma virtuale e di conseguenza viene a mancare una parte fondamentale del paradigma contesto\ruolo: se non faccio fisicamente parte del gruppo, devo comportarmi come richiede il mio ruolo?

Immaginiamo di essere ad una riunione in presenza, quindi fisicamente: siamo vestiti in un certo modo, usiamo un certo tipo di comunicazione non verbale, guardiamo un certo tipo di persone. Ora spostiamo questo esempio nell’ambito virtuale. Capirete da soli che alcune cose che prima si facevano ora si possono evitare. Se faccio una riunione senza video posso anche evitare di vestirmi bene, anzi posso anche evitare di ascoltare tutti e concentrarmi solo sulla persona che mi interessa. Viene a mancare quasi del tutto la comunicazione non verbale e lentamente ci distacchiamo dal ruolo che rivestiamo. Questo perché il contesto nel quale siamo ci permette di rilassarci, perché ci permette di pensare, anche inconsciamente, che non siamo fisicamente li e che quindi possiamo anche evitare di ricoprire il nostro ruolo almeno in parte.

La frammentazione del ruolo, derivante dall’assenza fisica del team e dalla partecipazione virtuale allo stesso, porta a diverse mancanze: in primo luogo se non prendiamo la cosa “seriamente” rischiamo di perdere delle informazioni importanti, poi non stiamo investendo della giusta importanza l’episodio gruppale che stiamo vivendo e per ultimo, ma non meno importante, cominciamo a perdere il senso dell’importante del nostro ruolo.

In qualche modo, come di diceva, noi siamo legittimati dagli altri nel momento in cui “siamo” qualcosa. Se questa legittimazione manca, allora lentamente anche noi andiamo a delegittimarci, con la conseguenza che non rispettiamo i dettami del nostro stesso ruolo.

Come evitare questo? Pensando al fatto che in un certo tipo di fascia temporale ( il nostro orario di lavoro ) noi ricopriamo il ruolo che ci è stato assegnato lavorativamente. Questo deve corrispondere al fare tutte quelle cose che faremo se fossimo in presenza fisica. Questo vuol dire che bisogna vestirsi in un certo modo, utilizzare un certo tipo di comunicazione non verbale ecc ecc. In questo modo facciamo si che il contesto non sia più fisico, ma emotivo\temporale: scelgo di essere un HR dalle 09,00 alle 18,00, quindi mi comporto come tale. Dopo le 18,00 non lo sono più e quindi “metto via” il mio ruolo. In questo modo non c’è delegittimazione e si può continuare a ricoprire il proprio ruolo, senza però diventarlo.

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Mauro Cerni

Nasco come antropologo culturale, cresco con un master e diversi corsi di formazioni in risorse umane e divento prima docente formatore in tecniche di selezione e gestione del personale e successivamente hr specialist, hr trainer e consulente di carriera. Amo quello che faccio e non è solo un lavoro, ma anche una passione trascinante che ho unito con il piacere della parola scritta. Ho un motto che dice “un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto”. Quando troviamo il nostro posto è lì che dobbiamo rimanere e io voglio aiutare le persone a trovare il loro.

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