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Risorse Umane

Se le Risorse Umane fossero un film: Il diavolo veste Prada

Il diavolo veste Prada pone una riflessione importante sull’attuale rappresentazione sociale degli elementi psicologici centrali nel contesto lavorativo, tra cui la motivazione e il coinvolgimento, spesso confusi con il perseguimento ossessivo ed estenuante degli obiettivi.
Andrea è una neolaureata in cerca di lavoro, appena arrivata a New York col cuore colmo di speranze.

Vorrebbe fare la giornalista ma l’unico modo per aprire le porte al suo sogno è di presentarsi ad un colloquio per l’ambito ruolo di seconda assistente di Miranda Priestly, l’influente e tirannica direttrice della rivista di moda Runway.

Per lei si tratta solo di un anno, solo di stringere i denti per un po’; non conosce né è interessata al mondo della moda ma grazie a quel nome sul suo curriculum arriverà dove vuole.

Nonostante tutto ciò, la protagonista riuscirà a farsi strada, apprendendo il mestiere e cambiando anche il proprio modo di vestire, dedicandosi a un lavoro estremamente stressante e rispondendo a ogni singola e frequente chiamata del capo. 

scena del film il diavolo veste prada

Gli stadi per il successo nel mondo lavorativo: la parabola di Andrea

Attraverso Andrea viviamo tutti gli stadi che si attraversano quando si comincia ad avere successo nel mondo lavorativo, in particolare in relazione ai rapporti affettivi, due ambiti che sembrano quanto mai inconciliabili.

Il suo ingresso lavorativo sembra essere il dispiegamento perfetto delle 4 fasi del ciclo transizionale di Nicholson. Il ciclo consiste in un cambiamento delle proprie caratteristiche comportamentali nel momento in cui una persona entra in un luogo di lavoro. Vediamo le 4 fasi:

  1. Ingresso: Andrea valuta le sue aspettative e i propri desideri anche se è cosciente che non sarà il lavoro della sua vita.
  2. Incontro: contestualizzandolo con il film, più che di incontro dovremmo parlare di scontro! Andrea inizierà a affrontare i primi ostacoli del nuovo lavoro e inizierà a meditare dei piani per il nuovo ambito lavorativo. Tutto ciò, però, la porterà a lasciare poco spazio ai suoi interessi e talenti.
  3. Adattamento: partiamo da una frase che la protagonista ripete sempre: ‘non avere altra scelta‘.  Andrea non contempla altre possibilità, forse perché si illude che la carriera possa dipendere da quell’esperienza, o magari perché, banalmente, l’esperienza comincia a piacerle. In questa fase dopo aver provato diversi piani strategici all’interno del nuovo ambito lavorativo, si cominciano ad utilizzare quelli più funzionali per adattarsi. Andrea, seppur con non pochi sforzi, è riuscita a manipolare la situazione e attuare un cambiamento personale e di ruolo (prende finalmente le situazioni di petto e cambia il suo look).
  4. Stabilizzazione: Andrea ormai efficace e quasi coinvolta in ciò che fa e vuole apprendere per sperimentare il consolidamento dell’attività lavorativa. Questa è l’ultima fase del ciclo, qui tutte le azioni che il soggetto ha compiuto tendono a stabilizzarsi arricchendolo e adattandolo alla nuova situazione. Tutto questo permetterà al soggetto di affrontare nuove situazioni e ricominciare così il ciclo.

Probabilmente la risposta non riguarda solo le prospettive future, o perlomeno le aspettative di carriera, ma si estende anche allo stesso iter lavorativo che gradualmente cambia e quindi anche a quegli aspetti di sé non riconosciuti: piano piano Andrea comincia a trasformarsi, ad entrare nell’ottica della moda e a raggiungere più visibilità e apprezzamenti, un dato interessante che potrebbe sottolineare un principio di coinvolgimento lavorativo, e quindi anche di interesse e motivazione. Se sia sana o patologica, questo è ancora da discutere.

Cosa succede quando il coinvolgimento lavorativo è totale?

Nel corso del film Andrea tanto più si arricchisce di vestiti e si avvicina a Miranda tanto più si spoglia dei rapporti umani: ma di chi è la colpa di questa mancata conciliazione? È di Andrea, che è effettivamente cambiata diventando non più riconoscibile agli occhi degli altri, o degli amici e del compagno che non riescono ad accettare l’idea che una persona cara debba lavorare sodo per realizzarsi nel proprio futuro?

Quando le scelte che Miranda, sul finire del film, presenta come uniche possibili porterebbero ad atti prevalentemente negativi, la protagonista ci mostra un’altra via possibile, che porta invece a delle conseguenze positive. In un mondo brutale e spregiudicato, si apre quindi a uno spiraglio ottimistico secondo cui anche nella vita c’è sempre la possibilità di fare la scelta giusta.

Questo succede a tutti noi, tutti i giorni e la  psicologia del lavoro ha trovato a questo una risposta quando i lavoratori, entrano all’interno di un’organizzazione, cedono volontariamente alcuni poteri ai superiori, ad esempio la possibilità di fare come vogliono, in cambio di ottenere delle ricompense come lo stipendio, la sicurezza, la formazione, possibilità di far carriera. Si crea così una sorta di dipendenza, ma i costi possono diventare troppo alti per il lavoratore.

Questo film deve creare in tutti noi uno spunto di riflessione sulla dipendenza dal lavoro, su come alcune realtà possano diventare tossiche per il proprio benessere psicofisico.

Perché a differenza di quello che pensava Andrea c’è sempre una scelta: la nostra, quella di non dimenticare mai chi siamo e cosa vogliamo diventare.

Diana Mantellassi

Sono laureata in Filosofia e mi sono sempre occupata di Hr con particolare attenzione alle attività di ricerca e selezione del personale ed interventi della valutazione ed orientamento professionale con le tecniche di analisi dei fabbisogni professionali e sono stata inoltre responsabile del progetto di organizzazione relativo alle politiche attive del lavoro. Da qualche anno mi dedico alla formazione nell'ambito delle risorse umane e delle soft skills.

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