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L’importanza di un buon feedback sul lavoro

È sempre buona norma dire cosa è andato e cosa no, sopratutto quando la persona che abbiamo davanti sta iniziando un percorso lavorativo che scopre per la prima volta. A questo punto però nasce sempre una sorta di dubbio in chi dovrebbe dare un feedback:

è meglio che sia buono o cattivo? Devo in qualche modo fare dei complimenti, anche se magari il risultato non è stato raggiunto neanche da lontano? O forse è meglio sottolineare le mancanze, le cose che non vanno, permettendo alla persona di lavorare su quello che le manca?

Le scuole di pensiero in qualche modo sono molteplici e tendono anche a vedere le cose in maniera del tutto opposta: molti possono pensare che se dico ad una persona solo le cose che non vanno, la sprono a migliorare perché le sto segnalando su cosa effettivamente deve lavorare, per essere migliore. Dall’altra parte invece c’è chi pensa che è sempre bene dire cose positive, per rendere la persona più fiduciosa in se stessa e quindi portarla ad un automatico miglioramento prima emotivo e poi comportamentale e lavorativo.

Qual è la strada giusta, allora?

Personalmente sono convinto che i complimenti, i feedback positivi, siano la strada migliore per rendere una persona la versione più evoluta di sé stessa.

Nel momento in cui critichiamo qualcuno, tendiamo a sviluppare in quella persona una sorta di impotenza acquisita. È stato largamente dimostrato che le critiche abbassano le performance e azzerano il desiderio di miglioramento.

L’impotenza acquisita funziona anche con le persone che sono molto sicure di loro stesse, anche quando i loro risultati sono comprovati magari dai colleghi o dagli amici. Questa si sviluppa quando, a muoverci una critica, è una persona che riteniamo esperta.

Il nostro livello di sicurezza nelle nostre capacità lavorative e non, dipende dalla percezione di autorità che ha la persona che ci muove una critica: più quella persona è importante ai nostri occhi, più il danno della sua critica sarà esteso.

Criticare è come una sorta di lieve tortura che si fa (coscientemente o meno) alla persona che la riceve.
Quando le critiche sono troppe, infatti, le persone cominciano a desiderare che smettano di esserci e, proprio come nelle torture, molto spesso ciò comporta una resa.

Dimmi di continuo che quella cosa non la so fare e ti darò ragione.
Solo per farti smettere di dirlo.

É una prassi che si ripete: critico aspramente una persona così tante volte che alla fine la mia critica attecchisce nella stessa e diventa realtà. E magari era anche una critica insensata.
Ma se a dirlo è una persona con uno status percepito maggiore del nostro, allora non solo le daremo ragione, ma ci convinceremo del fatto che quella cosa non abbiamo mai saputo farla, e partirà un processo di autosabotaggio.

Ecco perché è davvero molto importante che le persone, lavorativamente parlando, più esperte, non dispensino critiche ma complimenti, apprezzamenti e consigli. Non è utile dire ad una persona “non lo sai fare”, perché questo non la spingerà a migliorare, ma solo a peggiorare gradualmente.

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Mauro Cerni

Nasco come antropologo culturale, cresco con un master e diversi corsi di formazioni in risorse umane e divento prima docente formatore in tecniche di selezione e gestione del personale e successivamente hr specialist, hr trainer e consulente di carriera. Amo quello che faccio e non è solo un lavoro, ma anche una passione trascinante che ho unito con il piacere della parola scritta. Ho un motto che dice “un posto per ogni cosa e ogni cosa al suo posto”. Quando troviamo il nostro posto è lì che dobbiamo rimanere e io voglio aiutare le persone a trovare il loro.

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